CenaLeguminosa

locandinaCENAleguminosa_2(1)… e dopo la NotteBianca SlowFolk, dopo il grande successo della “Fagioliadi” vi invitiamo alla prima
“Cena leguminosa” che si terrà nel giardino delle scuole di Camigliano, venerdì 29 agosto alle ore 20.00

La serata è organizzata con la collaborazione della condotta SlowFood Lucca, Compitese, Orti  Lucchesi e la comunità del cibo degli Orti in Condotta del Comune di Capannori in sostegno del presidio Slowfood del Fagiolo Rosso di Lucca.

per cena piatto caldo e piatto freddo, un assortimento di delizie preparate dalle abili mani dei nostri cuochi e delle nostre cuoche preferite e sopratutto l’anteprima mondiale della prima “Zuppa della comunità leguminosa”. Autore: Giovanni Giovannoni, coltivatore e presidente dell’associazione.

Con l’occasione sarà allestita la mostra “Facce da fagioli” e si presenterà il nuovo progetto “Zuppe leguminose”, che coinvolge tanti produttori di legumi d’Italia volto a migliorare ed arricchire, oltre alla nostra cucina, anche la conoscenza di questi prodotti importantissimi per la nostra alimentazione e che lo saranno sempre più nel prossimo futuro.

E poi ci saranno le meravigliose cassettine dell’orto in Condotta, si giocherà, era inevitabile, con i fagioli nel fiasco, con i fumetti di SlowBeans, e… chissà… si farà un po’ di musica!

Insomma ci sarà da passare la solita, piacevole serata!

Il menù e la presentazione in allegato
dov’è la scuola sulle mappe di google
aggiornamenti su FB

E’ necessaria la prenotazione inviando una e-mail all’indirizzo slowfoodcompitese@gmail.com

 

centometridalfagiolo

….il profondo radicamento del fagiolo rosso di Lucca sul territorio lucchese, i coltivatori che lo producono, i luoghi di coltivazione…sono per me motivi di grande interesse:

Mi piace vedere quello che succede nei campi, la polvere e i profumi dell’aratura, la preparazione alla semina, la cura, il raccolto, la selezione, le macchine… soprattutto le persone che ci lavorano, le mani esperte, i volti.
Ma anche il contesto che circonda “i campi del Rosso”, tutti coltivati, quasi tutti strappati all’acqua con intense e precise opere di bonifica.
A soli cento metri dalle coltivazioni c’è però un posto “diverso”, inaspettato: non più terra da arare, solchi e zolle, ma solo acqua, che pian piano sì è ripresa un po’ di terra che le era stata rubata. La clip è un piccolo contributo a questi luoghi.
Ma anche alle persone che su questi luoghi ci lavorano.

Premio

Questa mattina c’è stata la premiazione. la segreteria del Touring Club Italiano aveva chiesto, qualche tempo fa, di segnalare un piatto rappresentativo della provincia di Lucca e questa mattina il console prof. Valerio Ascani, ha premiato la “minestra di farro con i fagioli” e ha consegnato al targa al Presidente della Provincia, che l’ha ritirata volentieri ed ha anche sospetatto galanterie nei suoi confronti… mica che la segnalazione era dovuta al fatto che fa “Baccelli” di cognome?

Mi sarebbbe piaciuto, durante la premiazione, che qualcuno avesse ricordato che la minestra di farro con i fagioli è un piatto che racconta tanta della nostra storia, l’arrivo non tanto pacifico, delle popolazioni romane, che hanno fondato la città e che dalla montagna dove hanno portato il farro, hanno deportate migliaia di persone. Se non puoi vincere, unisciti a loro, si dice. Ma hanno preferito far diversamente e sparpagliare un popolo ribelle, disperderlo per l’Italia perchè non riuscivano a vincerlo, appunto. E ci hanno lasciato il farro, su quelle stesse montagne.
E poi le Americhe che pacificamente hanno invaso l’Europa (non gli era stato riservato lo stesso trattamento, ognuno ha le sue maniere) di cose buone da mangiare, peperoni, mais, patate, pomodori e fagioli. Di tutti i tipi. Tanti se ne coltiva ancora con dedizione nelle nostre piccole pianure strappate alle acque. E la minestra di farro è diventata la minestra di farro con i fagioli. E poi le storie popolari, anche quelle passano di bocca in bocca, che ne fanno l’unica arma contro il dispettoso Linchetto. E poi l’Artusi l’ha fatta diventare italiana raccontandone una delle tante ricette nel suo manuale.

Mi sarebbe piaciuto che qualcuno avesse ringraziato tutte quelle donne che quella minestra l’hanno cucinata, per secoli, hanno avuto cura di mettere a molle i fagioli, il farro no, che il nostro non c’è bisogno, di scegliere quelli più sapidi o i più delicati, a seconda della bisogna e del piacere personale, e di quello che consentiva il greto del fiume, il padule, l’orto. E l’hanno perfezionata, hanno aggiunto un po’ di cannella, chi una gota di maiale, chi un po’ di rosmarino, chi una patata, ognuno il suo, con la normale creatività che contraddistingue la cucina quotidiana. Quella senza ricette ma con sapienza. Quella che non si studia, si ruba. Con le mani e con gli occhi. Guardando altre donne cucinare e ricordando e immaginando sapori, provando e cercando di capire col palato e di riconoscere la foglia d’alloro, l’aglio con la camicia, il soffritto appena dorato, per saperlo ricostruire, con pazienza, coi gesti, provando e rischiando, che il cibo non è cosa da poco. E’ cosa di tutti i giorni, cosa importante.

Mi sarebbe piaciuto che qualcuno avesse ringraziato tutti quei contadini che si sono impegnati e che si impegnano ancora a lavorare con la terra, e con il cielo, che quello, si, è Lavoro.
A quei contadini che ci crescono quei semi così buoni, che li curano, tutti i giorni, perchè il cibo che da la terra non è roba da poco. Che non lottano contro la natura, che non è nella loro natura, perchè la sanno, la conoscono, certo se n’hanno a male, ma così è il campo. Vorrei che avessero ringraziato quei contadini perchè disegnano le campagne e inventano paesaggi e conservano un territorio che è un piacere per gli occhi, con l’ordine dei filari appena solcati, poi fioriti e maturi, vicini al disordine delle fosse piene di insetti e di fiori colorati.E l’aria pulita. E non è che si divertono sempre, perchè la terra è bassa, mi diceva una, però, anche si divertono.

Mi sarebbe paiciuto che qualcuno ricordasse che i semi sono il cibo del futuro, sono pieni di energia e ne chiedono poca per crescere, crescono ovunque, sono cibo buono per tutti, delicato per i bambini e deciso per gli adutli, sono un cibo ben accetto da tutti gli Dei e Divinità, nessun religione lo proibisce, sono un cibo attuale, la nostra minestra è fatta di semi, è buona per tutti e lo sarà anche in futuro, uguale e sempre nuova, come vorrà chi si mette ai fornelli (uff che dfficile trovare un’espressione di genere neutro!) e aggiungerà una bacca, una foglia un frutto, una radice… a piacere.

Mi sarebbe piaciuto che qualcuno diesse che questo piatto rappresenta davvero la nostra provincia, le nostre montagne dove cresce il farro, e le nostre pianure dove crescono i fagioli che si trovano insieme in quella minestra che si prepara in campagna e in città e tutti ne sono ghiotti e orgogliosi e Giovanni ha voluto condirlo con l’olio quercetano, l’olio dei nostri oliveti più antichi, quelli della Versilia, perchè ci fosse anche un po’ del nostro mare in quel piatto.

Mi sarebbe piaciuto che qualcuno lo avesse fatto, ma non lo ha fatto nessuno. Lo faccio io. A nome di tutti. Grazie. Grazie a tutti. Grazie davvero.

Cibo e Arte

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“L’agricoltura è madre e nutrice di tutte le arti”; così diceva Socrate e di questo abbiamo avuto dimostrazione il 18 settembre alla Fiera di Lucca nei padiglioni della ex Bertolli. “Il cibo nell’arte, l’arte del cibo”, mostra di opere e allestimenti di 35 artisti di livello nazionale, ha ospitato un evento alquanto originale che definirei una sorta di happening dove le arti, di diversa origine e categoria, si sono incrociate e piacevolmente hanno dato vita a momenti particolarmente stimolanti pur nella leggerezza della “relativa ed apparente leggerezza”. In un salone della ex fabbrica, una sorta di loft con ampi spazi costellati di opere sul tema del cibo, si sono inseriti elementi diversamente artistici e, comunque, legati al cibo, alla produzione, alla trasformazione, alla presentazione e alla fruizione e, comunque, essi stessi allestimenti: una esposizione dei fagioli lucchesi, autentica testimonianza di cosa sia la biodiversità e di quanto sia diffusa, una tavola apparecchiata, un’altra tavola dove lentamente cuocevano in tre fiaschi tre tipi diversi di fagioli, le magie e le sperimentazioni sui fagioli degli artisti del Ristorante I Diavoletti di Camigliano: le sorelle Bosi, Paola e Alda, con il fido Riccardo Simonetti, gli “artisti della zolla” produttori dei fagioli della Luccesia dell’associazione “Il Rosso e i suoi Fratelli” con il mitico Rosso di Lucca (Presidio Slow Food), le artiste “birraie” del birrificio al femminile “Birroir”, gli artisti musicisti del gruppo musicale “PoppyOpium” ad accompagnare tutti in questo viaggio dall’arte nell’arte e per l’arte. Dalla Terra e dall’agricoltura (madre di tutte le arti) le meraviglie della biodiversità belle a vedersi, buone a gustarsi, dagli artisti della tavola le sperimentazioni culinarie, dai musicisti l’accompagnamento, colonna sonora artistica.

Dal tardo pomeriggio chi si trovava a passare dalla mostra incontrava questo clima e queste esperienze e passava dalla conoscenza, terra terra, della conservazione della biodiversità, alle opere d’arte in esposizione, agli allestimenti presenti a quelli inseriti per l’occasione, ai profumi dei piatti che, ancora allestimento nell’allestimento, si andavano a preparare e all’”allestimento” estemporaneo della tavola dove col passare del tempo si andavano ad aggiungere elementi: dalla semplice apparecchiatura ai prodotti cucinati, alle birre.

C’era la sensazione che qualcosa dovesse accadere e quando per caso, ma neanche troppo, un gruppo di persone si è ritrovato ad occupare quei posti a tavola risultati sempre più stretti si è passati dal cibo nell’arte all’arte del cibo; passaggio o, meglio, transizione dolce con la musica che accompagnava e con qualcuno che iniziava a raccontare, come un tempo i nonni attorno al fuoco ai bambini, quello che stava succedendo. Già, ma cosa stava succedendo? Si iniziava ad assaporare la biodiversità dei fagioli: il mascherino, il rosso ed  il cannellino al fiasco si presentavano con le loro differenze i loro caratteri, le loro fragilità e la loro biodiversità. Anche le birre si presentavano ed elena, una delle tre donne del “birroir” raccontava la sua esperienza e le birre in assaggio. Si procedeva poi con le meraviglie di “casa Diavoletti” non a caso Osteria premiata da Slow Food con la chiocciola, massimo riconoscimento a chi propone e sperimenta su piatti e prodotti del territorio: un vero e proprio susseguirsi di assaggio per una ipotetica cena, dall’antipasto al dolce, fino addirittura alla colazione del giorno. Mousse di cannellino “ un passato …. Nei fagioli” ricordando la minestrella dei pastori; “ Il primo tra i fagioli” meravigliosi ravioli con fagiolo rosso di lucca, fichi neri e formaggio accasciato del caseificio Bertagni,; “le conclusioni del Rosso” una cialda di fagiolo rosso di lucca, confetture della Garfagnana di Ilaria Bosi (cognome non casuale) e mousse di ricotta; “il thè a San Ginese” biscotti preparati con farina di fagiolo cannellino di san ginese (senza glutine); “la colazione con i fagioli” yogurt, frutta autunnale e croccante ai fagioli.

La tavola che a poco a poco si è andata riempiendo comprendeva alcuni visitatori (fortunati), alcuni studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (un olandese e una greca) oltre ad alcuni espositori per sancire questo mischiarsi di cibo nell’arte e in grado, forse meglio di altri, di apprezzare l’arte del cibo: l’arte di chi lo produce con i piedi ben piantati per “terra” come Giovanni Giovannoni e Renzo Del Prete e l’arte di chi lo trasforma e lo ricombina (un’opera d’arte ottenuta da opere d’arte) come Alda Bosi e Riccardo Simonetti o come Elena Di Martella e le altre donne del “birroir”.

Alla fine viene da chiederci se l’esperimento era poi così ardito data la semplicità della dimostrazione: arte e cibo, cibo e arte, arte del cibo, il cibo nell’arte, il cibo è arte? A giudicare dal risultato il problema non sussiste basta lasciarsi trasportare dall’istinto, dall’arte, dal cibo e dalla musica che, senza rendercene conto, ci ha seguito e accompagnato aggiungendosi, arte nelle arti.

L’unico problema è che alcuni di noi, come il sottoscritto, si sono lasciati prendere dall’arte, dalla narrazione e dalle sensazioni e quando si sono ripresi ed hanno deciso di immergersi nell’emozione dell’assaggio era troppo tardi e le “opere quasi terminate” non gli è rimasto che dividersi quello che c’era (ed essere ancora più invidioso) oltre a fidarsi delle impressioni degli altri: per fortuna I Diavoletti sono vicini e i piatti proposti possiamo sempre trovarli.

dal nostro inviato:
Marco del Pistoia